Bounce rate: come abbassare la frequenza di rimbalzo

Quando si parla di performance di un sito web, il tema del bounce rate o frequenza di rimbalzo è molto spesso preso sottogamba: spesso si fa infatti più attenzione al solo numero delle sessioni. Il bounce rate d’altro canto è un elemento fondamentale per capire quanto, effettivamente, sta performando un sito web, quali risultati sta generando.

Il bounce rate o frequenza di rimbalzo è definita da Google come la percentuale di visite di una sola pagina, ossia quelle visite in cui la persona esce dal sito dalla stessa pagina in cui è entrata senza interagire con essa.

In poche parole, se sei arrivato in questo sito, stai leggendo questo articolo e, subito dopo, andrai via senza navigare almeno un’altra pagina di questo sito web, farai salire il bounce rate. Se altrimenti deciderai di navigare in altre pagine, il bounce rate scenderà. Dunque cos’è meglio: 10.000 sessioni con un bounce rate del 100% o 5.000 visite organiche ma una frequenza di rimbalzo dello 0%? La risposta è “dipende”.

Come abbassare la frequenza di rimbalzo

 

Secondo i dati raccolti da QuickSprout, il bounce rate è influenzato dal tipo di sito web in questione. I blog, così come i siti di informazione in generale, registrano mediamente percentuali di rimbalzo più elevate, segno che l’utente è interessato al contenuto piuttosto che all’autore. D’altro canto, è anche vero che blog e siti di informazione possono attuare tecniche per far sì che l’utente si interessi anche a contenuti simili. Non è un caso infatti che sempre più spazi di questo tipo si siano dotati di script in grado di suggerire articoli o contenuti correlati. In generale, il bounce rate dei blog può oscillare tra il 70 e il 98%.

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Al secondo posto del triste podio dei siti web con bounce rate più alto trovano spazio le landing page, ovvero quelle aree studiate per essere pagine di atterraggio nel momento in cui l’utente clicca su un contenuto pubblicitario così come su un link contenuto in una DEM o ancora vi arriva via QR Code.

Scendendo la classifica troviamo poi i content websites, con un bounce rate medio che oscilla tra il 40 e il 60%; i siti web il cui compito è generare lead (30-50%); gli store online con una frequenza di rimbalzo variabile tra il 20 e il 40% e infine i siti che offrono servizi online, il cui bounce rate medio oscilla tra il 10 e il 30%. Chiaramente i dati raccolti da QuickSprout sono da intendersi come semplici medie statistiche, e perciò valutate di conseguenza.

Perché il bounce rate è alto?

In generale, comunque, i motivi che portano a un’alta frequenza di rimbalzo sono due: i visitatori non trovano ciò che cercano oppure le pagine di un determinato sito web sono difficili da usare. Nel primo caso è sempre buona norma fare un punto della situazione a partire dalle keyword utilizzate, verificando che queste corrispondano realmente ai tuoi contenuti e non solo alle necessità dei visitatori. È totalmente inutile riuscire a portare un utente sul nostro sito web se poi questo risolve il bisogno che lo ha portato fin qui. Ne risentiranno le performance del nostro sito (crescerà il bounce rate, diminuirà il tempo medio della sessione); ne risentirà il nostro brand, marchiato come inutile dal visitatore.

Altra direzione percorribile per quanto riguarda il primo caso (i visitatori non trovano ciò che cercano), è poi la progettazione di più landing pages. Immaginiamo di dover progettare un’unica landing page per una piattaforma che faccia da mediatrice tra consumatori finali e fornitori. Difficilmente questa potrà prevedere uno stesso messaggio valido per entrambi i soggetti. Per questo, qualora la nostra target audience non sia univoca ma suddivisibile in due o più categorie ben precise, è senz’altro utile ipotizzare la progettazione e lo sviluppo di più landing pages, più interessanti per l’utente perché pensate espressamente per la sua categoria di appartenenza.

Perché gli utenti scappano dal tuo sito web?

Cosa fare nel secondo caso, quando gli utenti fuggono perché un sito web è difficile da usare? Partiamo anche in questo caso dall’analisi dello stato dell’arte e cerchiamo di capire se effettivamente il nostro sito sia soggetto a problemi strutturali che complicano la vita dell’utente. Andiamo in ordine sparso:

Design

L’occhio vuole la sua parte e un design ben curato non può che rafforzare la percezione positiva di un brand. È dunque importante imparare a guardare il proprio sito con occhio obiettivo anche dal punto di vista estetico. Del resto, chi si fiderebbe, oggi, di un’azienda che online si presenta con un sito web sviluppato in tabelle e con ampio uso di gif animate lampeggianti in perfetto stile anni ’90?

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Pop-up

Croce e delizia del web: da sempre. E non parliamo dei pop-up pubblicitari ma dei messaggi del sito web stesso! Immagina di aprire un sito web, iniziare a leggere un articolo e venire interrotto da un pop-up. Non c’è nulla di più fastidioso. D’altro canto i pop-up sono da sempre anche un ottimo strumento di conversione. L’imperativo è quindi trovare un equilibrio: mostrare un popup una tantum così come l’utilizzo di sistemi di alert che si attivano in base ai comportamenti dell’utente (come il movimento del cursore verso il tasto indietro, per esempio) può essere sicuramente un meccanismo meno invasivo rispetto a un pop-up che invece appare, ripetutamente, a ogni visita e in ogni pagina del sito web.

Multimedialità

Fino a qualche anno fa andava di moda il cosiddetto splash screen, una pagina introduttiva in cui trovava spesso spazio un video o un’animazione in Flash, un qualcosa mutuato dalle intro di vari software come le suite Office, Adobe, ecc. La verità è che si trattava spesso di un capriccio del cliente di turno, contento però di imporre ai visitatori del suo sito web la vista del suo video, della sua animazione, del suo slogan o del suo logo. Le cose sono un po’ cambiate – fortunatamente – ma i fastidi in fatto di multimedialità di certo non lo sono. Quante volte, navigando su un sito web, sentite partire l’audio di uno spot pubblicitario?

Mobile

Essere o non essere mobile friendly? To be or not to responsive? Avere o non avere un mini sito per mobile diverso dal sito classico? Secondo i dati Stat Counter, l’utilizzo del mobile per navigare via internet ad agosto 2015 si è attestato al 39,14%. Un anno prima era del 28,53%. L’utilizzo di pc, desktop o laptop, è invece sceso dal 64,58% dell’agosto 2014 al 55,17% dell’agosto 2015. Pressoché stabile la situazione dei tablet (5,59%) e delle console (0,1%). E che dire delle direttive in termini di SEO di Google e Bing? Dunque: essere mobile friendly è un imperativo; essere responsive o meno è una scelta, così come avere un mini sito mobile. Essendo una scelta ha dei pro e dei contro.

Velocità

Il tempo di caricamento di un sito web è la causa numero uno di abbandono. Superata la soglia dei 4 secondi, spiega molto bene Kissmetrics, il tasso di abbandono è già al 25%. E che dire degli utenti mobile? La velocità di gestione di un sito web da parte di uno smartphone non è equiparabile a quella di un pc. D’altro canto gli utenti si aspettano che lo sia. Un mini sito mobile – e qui torna la domanda di poco fa – è utile perché più leggero? Forse sì ma d’altro modo a chi piace navigare un sito che in realtà offre un quinto dei suoi contenuti o servizi?

 

Frequenza di rimbalzo e tempi di caricamento

Insomma, di lavoro per ridurre il bounce rate ce n’è. Certo, l’impiego delle ormai classiche regole di SEO sono sempre valide. Ma in fin dei conti la domanda finale che dobbiamo porci è: il nostro sito è davvero utile? Non si tratta di una provocazione ma piuttosto del tentativo di comunicare ancora una volta che tutto ciò che pubblichiamo online non può essere ideato, progettato e sviluppato per noi stessi ma deve esserlo per l’utente, per chi fruirà di quel contenuto.

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In un certo senso stiamo parlando di user experience, ovvero dello studio dell’esperienza che l’utente matura quando viene in contatto con un qualcosa di nostro, in questo caso un sito web. E se in questo frangente non è possibile studiare il comportamento o la reazione dell’utente in presenza, possiamo (dobbiamo) comunque farlo analizzando i dati che ogni giorno raccogliamo attraverso i tools di analitycs. Un processo continuo che, tenendo conto di tutti gli elementi tirati in ballo finora nonché di un costante lavoro di ottimizzazione di quanto già prodotto, ci permetterà di abbassare la frequenza di rimbalzo del nostro sito.